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Cosa Penso del Femminismo


Prima o dopo dovevo scrivere su questo e state ben sicuri che anche qui… qualcuno si incazza!

Chi come me è nato nel ’60 sa di essere nato a cavallo di due epoche: prima e dopo l’epopea femminista almeno qui nel nord’italia.

Oggi (fate fede sempre alla data di pubblicazione dei miei articoli) si parla a iosa di pari opportunità e di portare la condizione delle donne (italiane) almeno nelle aspettative, a essere uguale a quella dei maschi.

Una delle strade che si sono scelte per tentare questo risultato, è quella di obbligare per leggi o regolamenti una presenza numerica minima all’interno di varie entità sociali (quote). E qui inizia il mio disaccordo ragionato. Perché non sono d’accordo? Forse sono un antifemminista? Un macista sciovinista? Non credo proprio.

L’errore di fondo in cui molti cadono quando si tocca la parola femminismo è limitarsi a credere che se le donne sono in una condizione sfavorevole disagiata e magari anche infame, la colpa è solo della parte maschile della popolazione che da millenni ne approfitta per fare i suoi porci comodi. Non sono totalmente contro questo modo di vedere il problema ma lo ritengo enormemente riduttivo e parziale.

La mia visione personale è presto detta: esiste una sola razza umana la quale si divide biologicamente in due tipi: individui maschi e individui femmina. Per ragioni a me sconosciute la parte maschile da tempi immemori ha da sempre calpestato, sfruttato e oppresso la parte di umanità femminile.

Questo, è mia ferma opinione, in alcune regioni del mondo più che in altre, ha causato arretratezza e stagnazione. Non può essere un caso che le civiltà più avanzate sono quelle dove l’essere umano femminile ha raggiunto o sta per raggiungere gli stessi livelli della ‘controparte’.

Se non si smette di ragionare in termini di due razze contrapposte in cui una ha sempre abusato dell’altra si cadrà sempre in soluzioni palliative la cui vera natura è demagogica e populista. Sembra quasi che due razze alliene siano atterrate qui sulla terra e dopo una mirabolante guerra i vincitori abbiano schiavizzato i perdenti.

Esiste una sola specie umana e il problema dell’oppressione della sua parte femminile va trattato come un problema appunto dell’umanità intera non di un regolamento di conti fra maschi e femmine.

La finta spinta a risolvere la questione obbligando per esempio a far entrare in un determinato ente o consiglio di amministrazione un numero minimo prestabilito di donne, non solo non serve a risolvere veramente ma potrebbe essere anche controproducente e questo lo scrivo senza nemmeno toccare l’argomento reale e scottante delle carriere basate sul merito e non su clientelismi, retaggi sociali o regole ad hoc. Molto deludente questo perché appare ovvio che leggi come queste vanno esattamente contro il principio di premiare chi merita.

Ripeto, se esistono ragioni paleo-storiche io non ne sono a conoscenza e neanche ho mai sentito parlare di letteratura riguardo a questo pur interessante tema. Sicuramente non è tra i miei scopi indagare sulle origini di questo flagello millenario, non saprei proprio dove iniziare. Il mio piccolo obiettivo qui è quello di far emergere come la cura proposta in questi anni (in primis la legislazione europea sulle pari opportunità) sia impropria e porti pochi reali vantaggi per non dire fatui.

Cosa propongo io allora? Beh certamente di accantonare per sempre l’assioma delle ‘quote minime’ per le ragioni di cui ho detto e favorire invece di una reale strategia di incentivazione sotto forma di aiuti sotto forma di borse di studio, assegni familiari mirati e bonus o forti sconti già a partire dalle scuole materne che magari arrivino fino all’università, tutto questo preferendo le zone più depresse e quindi maggiormente interessate da un’alta disoccupazione femminile.

Proprio in quelle zone più disagiate farei sentire i genitori di femmine quasi dei ‘fortunati’ per i benefits di cui godrebbero. Proprio dalla famiglia e dalle scuole primarie inizierei la ‘cura’ di questo male millenario e non dai consigli di amministrazione.

Sono un amante delle utopie, me lo dicono sempre. Una cosa che mi affibbiano meno invece è dirmi che ho torto e sbaglio, magari dandomi le ragioni del mio errare. Perché non ci provate voi a darmi una ‘raddrizzata’? Ve ne sarei graziosamente grato.

[mi scuso anticipatamente, ma questo articolo verrà ritoccato e integrato parecchie volte in futuro proprio per la natura dell’argomento]

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Categorie:Società e Scelte
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